Obama ambiguo, Romney isolato

In quelle quattro ore di volo dal Nevada alla Florida, Mitt Romney non aveva nemmeno gli elementi per sperare che il Consolato di Bengasi diventasse per Obama quello che l’ambasciata di Teheran è stata per Carter. Quello che il candidato repubblicano cercava assieme allo stratega Stuart Stevens, al consigliere politico Lanhee Chen e a quello degli Affari esteri Richard Williamson era un profilo di discontinuità con la risposta di Obama alle aggressioni del Cairo e di Bengasi. In quel momento non era ancora chiaro che il Consolato americano in Libia non era stato assaltato dalla furia di manifestanti fuori controllo ma da un commando con un piano preciso e i mezzi per realizzarlo.
20 AGO 20
Immagine di Obama ambiguo, Romney isolato
Washington. In quelle quattro ore di volo dal Nevada alla Florida, Mitt Romney non aveva nemmeno gli elementi per sperare che il Consolato di Bengasi diventasse per Obama quello che l’ambasciata di Teheran è stata per Carter. Quello che il candidato repubblicano cercava assieme allo stratega Stuart Stevens, al consigliere politico Lanhee Chen e a quello degli Affari esteri Richard Williamson era un profilo di discontinuità con la risposta di Obama alle aggressioni del Cairo e di Bengasi. In quel momento non era ancora chiaro che il Consolato americano in Libia non era stato assaltato dalla furia di manifestanti fuori controllo ma da un commando con un piano preciso e i mezzi per realizzarlo, il tutto abbondantemente cosparso di tracce di al Qaida. Romney aveva in mano soltanto la disgraziata dichiarazione dell’ambasciata americana al Cairo (con il riferimento al B movie islamofobo, più tardi declassato da causa ultima a mera concausa: “Condanniamo fermamente chi abusa del diritto universale di parola per offendere il credo altrui”) e la pressante esigenza di smarcarsi, di mostrare il “daylight” fra lui e Obama sulla concezione dell’America, sul suo ruolo nel mondo, di tracciare una distanza inequivocabile fra l’ambiguità di una freedom agenda a intermittenza e la certezza di una politica estera che nel mondo porta la fiaccola della libertà americana, non il cerino delle scuse per essersi intromessi troppo negli affari altrui. Quello che Romney ha prodotto è una sintesi di “No Apology”, il libro che ha scritto nel 2010 e che reitera senza tregua lo stesso concetto: l’America non ha nulla da farsi perdonare, non deve chiedere scusa, a maggiore ragione se alle scuse si accompagnano implicite ammissioni di debolezza, quelle che risvegliano anche i nemici in letargo. La conferenza stampa della mattina successiva, quando era stata accertata la morte dell’ambasciatore Chris Stevens, del funzionario Sean Smith e altri due membri del personale del Consolato, il candidato ha ricamato sullo stesso concetto, cercando ancora discontinuità e scontro.
“Credo che l’Amministrazione abbia sbagliato nel difendere una dichiarazione che simpatizzava con chi ha violato la nostra ambasciata in Egitto invece di condannare le loro azioni”. La Casa Bianca si era già dissociata dalla dichiarazione della sede diplomatica al Cairo, ma per Romney si trattava soltanto di un’aggravante, ulteriore conferma dei “segnali contrastanti che stanno mandando al mondo”. L’errore diplomatico al Cairo non è sfuggito al presidente, così come non è sfuggita la goffaggine di dover smentire una dichiarazione vergata e pubblicata, nonostante l’ordine del dipartimento di stato, da un veterano della diplomazia, Larry Schwartz, che ora è l’uomo più solo di Washington, stranamente unito nella condizione di isolamento a Romney, che si è trovato a combattere una battaglia politica troppo precipitosa per non sembrare strumentale oltre i confini dell’accettabilità elettorale. E sul candidato sono arrivate anche sventagliate di fuoco amico.
Obama ha intravisto la possibilità di usare l’aggressività di Romney a proprio vantaggio e la lezioncina impartita via Cbs (“Romney prima spara, poi mira”) ha l’automatica precisione del boxeur; ma al candidato in cerca di discontinuità ha fatto ancora più male la fredda prudenza di volti autorevoli del suo partito. Sulla fredda prudenza Romney ci ha costruito una carriera politica, ma ora che la campagna impone di raffinare la propria identità per contrasto con l’avversario, il candidato si trova stranamente solo. L’ufficio stampa ha dovuto scavare a fondo nelle parole del candidato vicepresidente, Paul Ryan, per trovare due righe di aggressività, e ha taciuto il tono conciliatorio e scevro di vis polemica, il tempo della “cura” e della “risoluzione”.
La triade McCain, Graham, Lieberman, portavoce degli istinti più rapaci del Gop, si è detta all’unisono “oltraggiata” per gli attacchi ma ha rifiutato di inoltrarsi nella foresta delle critiche al presidente. Il senatore Dick Lugar, capo della commissione per le Relazioni internazionali al Senato, non ha voluto attribuire la colpa, nemmeno indiretta, all’Amministrazione; Eric Cantor e Mitch McConnell hanno ricordato le famiglie delle vittime, ma non hanno fornito un’unghia dell’animosità richiesta da Romney. Jon Huntsman, sfidante minore di Romney alle primarie, ha detto che “la politica deve fermarsi sui confini nazionali”. Un gruppo di repubblicani al Congresso ha chiesto di sospendere gli aiuti economici a Libia ed Egitto, simbolo di uno smart power promosso dall’Amministrazione che non ha suscitato nei paesi beneficati nessun sentimento positivo nei confronti dell’America. Ma allo stesso tempo invocare la fine del flusso di dollari verso gli “alleati” contiene un elemento ritirista che contraddice anche l’impostazione muscolare di Romney, consigliato da un gruppo di adviser di scuola neocon, i quali però non hanno ancora fornito al candidato un briefing sulla sicurezza nazionale. E’ una mancanza irrituale a questo punto della campagna e il dettaglio è stato tirato fuori proprio per suggerire che il pasticcio di Romney è figlio dell’impreparazione. La politica di Obama in medio oriente è uscita ammaccata, la sua visione incerta e ambigua ha mostrato il lato più fragile, e il contagio in Yemen, Iraq e Iran non promette rivincite nel breve termine, nonostante le promesse di giustizia (nel vocabolario di Obama significa: li liquideremo con i droni). Romney ha idee chiare e distinte, ma il tentativo di sottolineare le differenze, quando è portato in modo sgraziato, non fa che mettere in evidenza le affinità.